Ahimé costretta dagli eventi mi tocca lasciare senza aggiornamenti questo posto per un po'.
Diciamo quei tre mesetti che mi serviranno a mettere in piedi qualche lavoretto.
Nel frattempo ci si vede su altri schermi.
A presto.
Ahimé costretta dagli eventi mi tocca lasciare senza aggiornamenti questo posto per un po'.
Diciamo quei tre mesetti che mi serviranno a mettere in piedi qualche lavoretto.
Nel frattempo ci si vede su altri schermi.
A presto.
Ok, bisogna pure venire allo scoperto in qualche modo.
Perché hai voglia a fare la superiore, quella impegnata, quella psicanalizzata, quella elegante o ironica o navigata.
Alla fine gli ormoni hanno la meglio.
Per esempio, qui.
(Sì, nonostante l'alieno accanto a lui che non azzecca non dico una nota ma almeno un attacco, nonostante le due carampane che incitano il pubblico a massacrare il basso con le manine sante, nonostante tutto: Marco Castoldi è un figo da paura.)
Dottor G: "E' la biologia, Piap, si rassegni. Il luogo comune dice che l'uomo è cacciatore, i maschi stuprano le femmine (purtroppo), ma il contrario non succede mai, le donne si prostituiscono obbedendo a una domanda del mercato, i prostituti non esistono perché non esiste il mercato."
Piap: "Cioè lei mi sta dicendo che nella scala evolutiva voi maschi siete un po' più vicini alle scimmie di noi femmine della specie homo sapiens."
Dottor G: "Beh, dovremmo prima vedere cosa fanno le scimmie femmine... No, direi che sto sostenendo che la sessualità è una risposta a una spinta biologica, e che questa spinta è diversa tra i maschi e le femmine della nostra specie."
Piap: "Ma lei si rende conto che questi suoi discorsi negano tutta una tendenza e una letteratura di almeno trenta o quarant'anni a questa parte?"
Dottor G: "Mi rendo conto di essere fuori moda."
Piap: "Quindi non siamo tutti persone modellate dal contesto sociale, ma nasciamo maschi o femmine, musicisti o matematici, etero o omosessuali, e tali rimaniamo per tutta la vita."
Dottor G: "Non sto dicendo che se nasci stonato come una campana, facendoti un mazzo tanto non puoi arrivare a imparare a suonare discretamente il piano, sto dicendo che diventi Mozart solo se nasci Mozart."
Piap: "Non lo so. Io ho sempre pensato che una bambina non nasce col talento di saper stirare e lavare le mutande del marito. Ma certo che se quando è piccola la fai crescere in mezzo a miniature di assi da stiro e cucine componibili, diciamo che una strada gliela stai tracciando."
Dottor G: "Lei è ancorata a una cultura tipica degli anni settanta, in cui si credeva che il delinquente non delinquesse mai per colpa sua, ma per colpa della società. Anche di fronte al più efferato criminale, l'intellettuale di sinistra tende a trovargli una giustificazione "sociale", magari compatendolo. In quest'ottica non si spiega come mai esistano delinquenti molto ricchi oppure come mai i poveri non siano tutti delinquenti. Io sono fuori moda, ma lei mi è rimasta alla teoria comunista della rinascita dell'uomo nuovo."
Piap: "Ancora non sono convinta, ma intanto le farei tenere un corso nella sede del PD dal titolo 'Perché non vinceremo mai più le elezioni'."
Dottor G: "Ci vediamo Mercoledì."
Le parole hanno un enorme potere.
La parola, soprattutto quella scritta, può evocare.
Non è mica un caso che quella frase lì dice "In principio era il logos".
Ora: la quantità di forza della parola scritta è direttamente proporzionale alla sua capacità evocativa. Facciamo un po' di etimologia: il verbo viene dal latino, e vuol dire "chiamare fuori". Ma fuori da che? Uno psicanalista di qualunque scuola ti risponderebbe "dall'inconscio magmatico individuale o collettivo". Uno storico ti risponderebbe "dal passato". Uno scrittore "dalla mia fantasia". Un religioso "dalla natura divina".
Adesso torniamo indietro all'etimo: chiamare fuori. Per evocare qualcosa, dunque, c'è bisogno di qualcuno che compia l'azione. Di qualcuno che chiami. Quindi, in principio era il logos, ma finché non arrivò qualcuno a pronunciarlo, quel logos lì rimaneva lettera morta. Ancora: la parola scritta ha un enorme potere evocativo, ma quel suo potere rimane solo potenza finché non arriva qualcuno a leggerla, a dirla, per tramutarla in atto.
Ne discende che io posso leggere ad alta voce "Il mago di Oz" e far venire da me il cagnolino nero, che mi aiuterà a sentirmi meno sola mentre attraverso una valle popolata di mostri. Ne discende anche, però, che io stessa possa venir intrappolata nella storia che sto evocando, e che non sappia più trovare la strada per tornare indietro nel mondo reale. Il mondo che chiamo fuori da qualche profondità potrebbe allargarsi sul mio cielo fino a oscurare il sole e gettarmi nelle tenebre.
Come posso venirne fuori a quel punto? Semplice: devo smettere di evocare, o meglio smettere di limitarmi a leggere e iniziare a scrivere. Posso, nell'esempio che ho citato, scrivere una storia, posso scrivere la mia storia. Posso, in mancanza di carta o computer, scrivere direttamente sulla mia pelle. Posso accettare finalmente quello strumento, una penna magari, che mi porge qualcuno a me vicino. E dopo aver scritto, posso e devo leggere ad alta voce quello che ho scritto, per evocare, richiamare, risvegliare il mio mondo, che voglio pieno di luce e di calore.
Il film era "Inkheart", un'orribile favoletta americana che per motivi anagrafici della figliolanza sono stata costretta a cibettarmi, in cui l'unica cosa degna di nota è che il regista, per trovare un'ambientazione quanto più oscurantista e medievale si è dovuto inerpicare su qualche paesetto italiano in cima alle montagne. Forse qualcuno doveva avvertirlo che si sarebbe potuto risparmiare la fatica, ché di questi tempi in Italia dove vai vai, l'oscurantismo medievale ce l'hai a portata di mano.
Le riflessioni sulla scrittura che ne sono scaturite, invece, sono mie.
Piap: "Ho questo problema, dottore, da qualche anno a questa parte. La noia."
DottorG: "Bene. Definiamo noia."
Piap: "Non saprei. So però che non mi era mai capitato di annoiarmi. Insomma, sono capace di passare sei ore senza fare assolutamente niente e non annoiarmi neanche un minuto. Poi succede che invece io abbia delle giornate traboccanti di cose fatte e da fare, e ciononostante di sentirmi terribilmente annoiata."
Dottor G: "Troppo generico. Lei parla per frasi fatte, non se ne approfitti che siamo alla fine della giornata e che sono stanco."
Piap: "Ok, ok. Ci riprovo. Per esempio, ho saputo esattamente cosa fosse la noia quando ho dovuto allattare mio figlio. I primi mesi della sua vita, quando mi toccava fare tutto il giorno e tutta la notte cose che non volevo fare. Quando non ero più libera di fare ciò che io decidevo di fare, ma dovevo e potevo fare solo quello che ci si aspettava da me."
Dottor G: "E secondo lei perché in quel caso si sentiva annoiata?"
Piap: "Non lo so. Perché mi sentivo in trappola? No, eh? Perché ero un mostro?"
Dottor G: "E perché era un mostro?"
Piap: "Beh, è ovvio: una Madre che si annoia nello svolgere le funzioni precipue che la Natura le ha assegnato è un mostro!"
Dottor G: "Se era mattina anche questa finiva con una strapazzata, Piap. Invece sono stanco. Le darò una definizione di noia: mancanza di emozioni."
Piap: "Grazie per avermi evitato il cazziatone, dottore."
Dottor G: "Prego."
Piap: "Lasci che raccolga i tre metri di coda con aculei, che spenga il fuoco dalle narici, che mi sistemi la borsa sulla spalla ricoperta di squame con i miei artigli cornei e che chiuda le fauci senza far fuoriscire i denti che spaventano i passanti, e sarò pronta per andare. Ci vediamo lunedì."
Dottor G: "A lunedì, stia bene."
La pioggia. Le pozzanghere delle dimensioni di un lago. La monnezza. Le facce incazzate. La burocrazia kafkiana. I palazzi ingabbiati dai tubi Innocenti. La merda sui marciapiedi. La pioggia.
(Cosa sto dimenticando?)
Il traffico. La puzza. Le poveri sottili. L'incuria. Il degrado. La pioggia. Il rivolo di piscio di cane sul marciapiede. Il rivolo di piscio umano sul muro. La puzza. Il degrado. La periferia. I palazzoni.
(Cosa sto dimenticando?)
Gli automobilisti incazzati. La monnezza. I furbi. Le buche. I motorini per terra. I rilievi. Le ambulanze. Un casco. I pini abbattuti. I pini con i rami spezzati. Le radici dei pini che sfondano l'asfalto. La merda sui marciapiedi. Le sirene. Le auto blu. I Palazzi.
(Cosa sto dimenticando?)
Le bottiglie rotte per terra. Le lattine schiacciate. Le panchine divelte. Le pensiline sfondate. Il traffico. I clacson. Le amministrazioni. La sicurezza. L'insicurezza. La paura. La doppia fila. Le doppie frecce lampeggianti. La tripla fila. L'autobus che non passa. I clacson. La maleducazione. Le facce ingrugnate. Le strade allagate.
(Cos'è che dovevo ricordare?)
La cacca davanti al portone. L'alluminio anodizzato. Il tempo sprecato in fila. Il traffico. La burocrazia. L'umidità. La periferia. Il vaffanculo gridato. Il platano malato. Il tombino attappato. Il Tevere esondato.
(Ah! Ecco!)
Il cielo azzurro. Il vento di ponente. I dieci gradi nonostante tutto. Il sole che scalda. Il sole che illumina. L'azzurrino e il rosa barocchi dei palazzi del centro. La Barcaccia e Trinità dei Monti. Piazza Navona che scintilla. Campo de' Fiori, il mercato. La pizza bianca del fornaio all'angolo. I vicoli che sanno di cantina. L'acqua delle fontane. Un portone di legno che si apre su una strada silenziosa. Il colore assurdo del calzino di un turista. Il sorriso per una fotografia. Il sole. Il tempo perso. Il tempo regalato.
Quant'è bella Roma me l'ero scordato.
Lunedì X Factor.
Martedì Ugly Betty.
Mercoledì Desperate Housewifes.
Giovedì Grey's Anatomy (registrato il Lunedì).
Venerdì E.R.
Sabato cena fuori.
Domenica Dottor House.
Perfetto. Appurato che ogni giorno reca la sua pena, ho verificato che evitando le edicole e i siti pericolosi è possibile bypassare attualità e informazione senza neanche doversi bere il Grande Fratello o Amici.
L'unico pericolo è inciampare nei detriti del crollo dell'economia, della politica, della sinistra, della laicità, della razionalità. Ma basta guardare in basso, e non alzare mai la testa.
Per mia fortuna non ho mai visto la versione americana di uno dei film più belli della storia, ossia "C'era una volta in America". Il capolavoro indimenticato e indimenticabile di Sergio Leone non sarebbe stato tale senza le scelte di montaggio che furono fatte al momento di unire le scene del film. La sequenza cronologica degli avvenimenti però, montata in un continuo andirivieni fra passato remoto, passato prossimo e presente, fu giudicata troppo complessa per il pubblico americano, e dunque ne fu fatta una versione più classicamente consequenziale da distribuire negli Usa. Versione che, appunto, mi pregio di non aver mai visto.
Il montaggio di un film, di un documentario, di un servizio televisivo, è qualcosa di difficilmente spiegabile a chi non ha mai provato a raccontare qualcosa con le immagini. Ultimamente ho letto un libro, "La separazione del maschio" di Francesco Piccolo, che tutto sommato non mi ha lasciato particolarmente entusiasta ma che mi ha colpito per la capacità di spiegare il mestiere di montatore (e non nella sua parte metaforica, che è quella su cui l'autore si dilunga decisamente di più).
Il montaggio non riguarda solo l'appiccicare una scena dietro l'altra, non decide solamente la consequenzialità cronologica degli avvenimenti; il montaggio suggerisce, evoca, accosta, sottolinea, sfuma e dà il ritmo. E' il pennello in mano al pittore, il software di scrittura in mano allo scrittore.
Un film può essere straordinariamente interpretato, diretto e fotografato, ma se si sbaglia il montaggio quel film è finito, depotenziato, rovinato.
Per questo, perché riconosco e conosco a fondo l'importanza del montaggio, non amo le uscite postume di versioni "uncut" di alcuni film. Dopo aver visto "Blade runner" e "Apocalypse now" nelle versioni rimontate sono giunta alla conclusione che, se all'epoca dell'uscita dei film erano state prese alcune decisioni di montaggio e di tagli di alcune scene, un motivo c'era. E basta paragonare le due versioni per capire qual era il motivo in entrambi i casi.
Tutto questo solo per dire che "Il curioso caso di Benjamin Button" è un film ben girato, magistralmente "truccato", piattamente interpretato (sinceramente saranno i venti centimetri di plastilina con cui è ricoperto il volto di Brad Pitt, ma la sua espressione è davvero plastica, nel senso che è sempre la stessa per due ore e mezza), ma soprattutto pessimamente montato. Mentre guardi il film ti chiedi sempre cosa manca, ti sembra di essere uno a cui abbiano amputato un braccio che però continua a sentirlo. Mentre la storia procede, le scene "fantasma", quelle che sicuramente sono state girate ma che poi non sono state montate, pesano sempre di più nella narrazione complessiva. Fino a che, sui titoli di coda, la sensazione che rimane è quella di aver visto un racconto amputato, zoppicante, a cui manca decisamente qualcosa per potersi dire compiuto. Qualcosa che è stato massacrato per la paura della lunghezza.
Per una volta, un'uscita postuma in versione senza tagli sarebbe utile.
Ps. il titolo del post lo capisce solo chi ha visto il film
In questo difficile momento per la sinistra italiana, credo ci sia bisogno di un'idea.
Un'idea forte, che abbia immediati effetti sulla vita e sull'umore di milioni di persone.
Un'idea semplice, trasversale, capace di riunire attorno a sé tutte le anime sfilacciate della sinistra, capace di creare un ampio consenso.
Un'idea che nasce da un'ispirazione alta e trascendente, ma capace di incidere profondamente sul popolo e sulle sue azioni quotidiane, capace di aprire i cuori verso la speranza di un domani migliore.
Propongo una moratoria sulla pioggia.
E sbrighiamoci, prima che pure questa se la freghi la destra per scipparci il claim più forte che, va ricordato, è sempre "piove governo ladro".
Ps. Sì, lo so, la Binetti e Rutelli insorgerebbero dicendo "non interferisca l'uomo su ciò che Dio dispone", ma si potrebbe far arrivare al Papa la voce che la pioggia pare sia sotto la giurisdizione di Giove, quindi sarebbe un modo per contrastare l'avanzare del paganesimo.